la giornata della memoria in prefettura

 

Discorso del prefetto di Caserta S.E.  Raffaele Ruberto.

 elenco dei riceventi della medaglia di riconoscimento

  • GIUSEPPE DI MATTEO, NATO AD ALIFE IL 13.07.1924;
  • RAFFAELE GIANNETTA , NATO A CURTI IL 08.07.1922;
  • ALBINO TUOSTO , NATO A CURTI IL 20.11.1919;
  • VINCENZO D’AMORE , NATO A MONDRAGONE IL 23.07.1918;
  • SALVATORE DI LORENZO , NATO AD ATELLA DI NAPOLI IL 17.09.1921;
  • GIUSEPPE FEOLA , NATO A PIGNATARO MAGGIORE IL 08.11.1922
  • ALFREDO DI PIPPO, NATO A ROCCAMONFINA IL 02.01.1921;
  • FRANCESCO DI PIPPO, NATO A ROCCAMONFINA IL 02.04.1924.

Desidero rivolgere un saluto ai Sindaci e amministratori locali, intervenuti oggi a testimoniare la vicinanza delle rispettive comunità ai protagonisti di questa cerimonia.

Ma il mio saluto va soprattutto ad essi, i quali purtroppo non sono più tra noi, ma senza il cui sacrificio molto probabilmente saremmo noi, oggi, a non essere qui. Parlo, ovviamente, di coloro ai quali è stata conferita, con decreto del Presidente della Repubblica, la medaglia d’onore, quale riconoscimento della Nazione per il sacrificio patito dai nostri cittadini internati nei lager nazisti dopo 1’8 settembre 1943, dopo, cioè, la proclamazione dell’Armistizio di Cassibile.

Oggi, 27 gennaio, in tutta Italia si celebra il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 211/2000 “al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.”.

 

La data ha un valore fortemente simbolico, in quanto coincide con il giorno in cui, nell’anno 1945, l’Armata Rossa abbatteva i cancelli di Auschwitz, il grande e il più tristemente noto campo di sterminio tedesco, al cui ingresso, per una sorta di macabra irrisione, campeggiava la scritta: “Arbeitmachtfrei” (“Il lavoro rende liberi”). Quel giorno fu disvelato al mondo il più grande genocidio della storia, consumatosi nel volgere di pochi anni: lo sterminio della popolazione ebraica. Una persecuzione che, iniziata con la politica di discriminazione, proseguì con la ghettizzazione fino alla scientifica attuazione della “soluzione finale”.

La tragedia dell’olocausto è stata, nel tempo, disvelata nella sua interezza, grazie alle innumerevoli e preziose testimonianze dei sopravvissuti ai campi di sterminio: l’orrore delle deportazioni; lo strappo brutale dalla quotidianità di una vita normale; il lungo e bestiale viaggio dei deportati nei carri, ammassati gli uni agli altri, senza aria, senza viveri né acqua; l’arrivo nei lager di destinazione che spesso coincideva con la brutale separazione dagli affetti più cari; la fredda e scientifica selezione tra chi doveva morire immediatamente perché inutile e chi invece poteva essere sfruttato per il lavoro; la vita nei lager, fatta di comandi volgarmente urlati, fatica, lavoro disumano, fame, sete, violenza fisica e psicologica, torture, annientamento della dignità umana; e poi la morte.

Soltanto ad Auschwitz furono uccise 1 milione e 600 mila persone. Una tragedia immane che attraversò, unendola nel dolore, l’intera Europa. Ricordare la Shoa significa, allora, testimoniare l’inaccettabilità e il rifiuto di ogni forma di discriminazione, razzismo, violenza e odio.

Quanto accaduto ha consegnato agli uomini un nuovo comandamento: ricordare.

Ed oggi, che si celebra il Giorno della memoria, abbiamo, tutti, il dovere di obbedire al monito di Primo Levi: “Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli.”

Ebbene, miei cari ospiti, c’è un’altra storia italiana che oggi qui abbiamo il dovere di ricordare e di scolpire nel nostro cuore. Una storia che fortunatamente abbiamo anche il privilegio di celebrare ed onorare perché l’Italia è oggi una Repubblica democratica che si nutre degli ideali di coloro che oggi ricordiamo.

E’ una storia che si consuma tra 1’8 settembre 1943 e la fine della seconda guerra mondiale.

E’ la storia degli IMI, gli Internati Militari Italiani, come furono definiti dalle autorità tedesche i soldati italiani, catturati, rastrellati e deportati nei territori del Terzo Reich nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’Armistizio di Cassibile.

All’indomani della proclamazione dell’armistizio tra il Regno d’Italia e gli angloamericani, il nostro esercito, senza ordini né piani, si trovava nel più completo disorientamento, mentre le armate tedesche della Wehrmacht e delle SS presenti in tutta la penisola fecero immediatamente scattare l’Operazione Achse (secondo i piani già predisposti sin dal 25 luglio dopo la destituzione di Mussolini) occupando tutti i centri nevralgici dell’Italia settentrionale e centrale, fino a Roma. Molti soldati furono fatti prigionieri e subirono l’internamento in Germania, mentre il resto delle truppe andò allo sbando, tentando di far ritorno a casa.

Chi fu internato ebbe tuttavia la possibilità di scegliere: arruolarsi nell’esercito tedesco o in quello della RSI e servire così i tedeschi occupanti del nostro Paese, oppure rifiutare ed essere deportati. I nostri internati scelsero di restare fedeli alla Patria, all’Italia, alla libertà dallo straniero, in nome di questi superiori ideali scelsero quindi la prigionia e la schiavitù.

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