L’etica fa bene all’impresa

R ingraziamo S.E. il vescovo emerito di Cassano all’Jonio Nunzio Galatino segretario generale della CEI  per aver concesso alla nostra associazione la pubblicazione del suo intervento tenuto il 12 ottobre 2017 presso la cappella Palatina di Palazzo Reale in occasione dell’assemblea aperta di Confindustria Caserta che ha visto tra i partecipanti il nostro presidente, il mdl giornalista Pasquale Piscitelli, il dott. Giovanni Bo presidente della Pi di Confindustria,  la dott.ssa Adele Vairo  entrambi  del ns consiglio direttivo e la neo iscritta Cav. del Lavoro Dott.ssa Stefania Brancaccio. 

 

… per un’Etica che guarda al “bene comune”

 

«L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un ‘etica qualsiasi, bensì di un ‘etica amica della persona […]. [Occorre dunque] adoperarsi non solamente perché nascano settori o segmenti “etici” del/ ‘economia o della finanza, ma perché l ‘intera economia e l ‘intera finanza siano etiche e lo siano non per un ‘etichettatura dall ‘esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura» (Caritas in veritate, n. 45).

 

 

Con queste parole papa Benedetto XVI rifletteva, nella Caritas in veritate, sul delicato equilibrio tra etica ed economia. Ed io vorrei partire da qui per proporre alcune considerazioni che raccolgo sotto il titolo “L ‘etica fa bene all’impresa” al quale si accompagna subito una domanda: “Quale etica e a quali condizioni l’etica fa bene ali’ impresa?”.

Ricordo che, mentre la Morale è l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni, l’Etica è la pratica e la modalità della loro applicazione. Possiamo allora affermare che l’Etica (l’agire etico) è la propensione e quindi l’impegno concreto a far bene il bene, in modo che a beneficiarne siano davvero tutti, soprattutto quanti non godono di vantaggi. Da questo punto di vista, non c’è etica correttamente intesa e organizzata che non abbia come fine principale il “bene comune”. Agire eticamente non significa solo fare ciò che si deve fare, ma vuoi dire farlo al meglio, cioè farlo bene. Per cui, l’Etica che fa bene all’impresa è quella che spinge a fare scelte orientate al bene comune, che è anche il bene dell’impresa. È su questo modo di intendere l’Etica – fare scelte e porre gesti orientati al “bene comune” – che si misura la responsabilità di ognuno di noi, in quanto cristiani, cittadini e imprenditori.

Alcune domande si impongono all’agire etico: “Quali sono le situazioni delle quali devo assumermi direttamente la cura per restituire ad esse dignità? Di quali mezzi io dispongo realisticamente per non lasciare che quelle situazioni restino ai margini e incancreniscano?”.

Sono tante le possibilità che abbiamo per rispondere a queste domande, che in fin dei conti riguardano la comunità nella quale viviamo ed il suo sviluppo integrale e solidale. Una comunità nella quale, ci dicono le statistiche, non mancano i progressi, ma dove la piaga della diseguaglianza finisce per relegare masse ingentissime in una condizione di povertà estrema, mentre pochi fortunati si sono accaparrati la maggior parte della ricchezza del mondo. Secondo Forbes – ho letto sul Sole 24 Ore circa un anno fa (ma non mi sembra che i dati siano sensibilmente cambiati) – i 62 individui più ricchi al mondo posseggono la stessa ricchezza di 3 miliardi e mezzo di poveri; e la tendenza va verso l’accentuarsi di questa enorme disuguaglianza. È la stessa diseguaglianza che si trova nelle nostre città, nel nostro paese, nella nostra Europa, e che crea ancora sacche enormi di povertà, di sofferenza, di emarginazione.

L’Etica che può far bene all’impresa è quella che spinge a sentirsi interpellati da questo stato di cose e suggerisce – praticandoli – modelli di sviluppo che contribuiscono concretamente a ridurre le differenze e le distanze. È, insomma, l’Etica che non sopporta un’idea di socialità nella quale si delega a pochi il compito di occuparsi del bene di tutti, mentre gli altri possono dedicarsi ai loro affari personali. Al contrario, recependo le stesse indicazioni che san Giovanni Paolo II offriva nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis, la solidarietà è da intendere come «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (n. 38).

Queste considerazioni vanno applicate pienamente al mondo dell’impresa, cioè a quel settore dell’economia che si preoccupa di produrre i beni e i servizi necessari al benessere collettivo. In questa direzione mi pare vada la legge 125/2014. Essa riconosce a pieno titolo gli imprenditori e gli attori del settore privato come soggetti della cooperazione allo sviluppo, chiamati a costruire le condizioni per un mondo in grado di promuovere la dignità di tutti. E questo viene chiesto loro non in quanto `agenzie di aiuto’, ma proprio in quanto imprenditori con un compito e con delle responsabilità precise. Le stesse suggerite dal discorso tenuto da papa Francesco poco meno di un anno fa, in occasione della Conferenza internazionale delle associazioni di imprenditori cattolici (UNIAPAC),In quell’occasione, il Pontefice invitò gli imprenditori a diventare sempre più agenti di inclusione eco umica e sociale.

 

  1. Servire, (ben più che) produrre servizi

Riprendendo un’indicazione dal chiaro sapore pastorale, ma non per questo scontata e banale, Papa Francesco, il 17 Novembre 2016, ricordava all’UNIAPAC che il denaro, la disposizione verso il profitto e l’attenzione alla crescita economica non sono di per sé cose “sporche” o disdicevoli. Il denaro, del resto, non rappresenta mai una dimensione “neutra”, ma «acquista valore a seconda della finalità e delle circostanze in cui si usa». Sicché è davvero possibile dire che «quando si afferma la neutralità del denaro, si sta cadendo in suo potere». Il guadagno come unico obiettivo e come traguardo porta inevitabilmente alla strumentalizzazione di tutte le tappe intermedie che ad esso vorrebbero condurre: l’uomo, i suoi valori, i suoi spazi e i suoi tempi, i suoi diritti, i suoi sacrifici e le sue speranze vengono schiacciati, soffocati, violentati dalla logica di un bieco e cinico interesse. Le parole del Papa sono in questo senso fulminanti: il denaro «deve servire, invece di governare», richiamando quanto già aveva affermato in Evangelii gaudium, nn. 57-58. E le imprese «non devono esistere per guadagnare denaro, anche se il denaro serve per misurare il loro funzionamento. Le imprese esistono per servire».

Che cosa questo significhi nei termini di un bilanciamento tra esigenze etiche e imperativi di sviluppo non può non essere oggetto di dibattito e di riflessione. L’indicazione del Papa, che certamente non intende sostituirsi a tanti che approfondiscono con competenza il tema, richiama anzitutto un criterio guida: il servizio — l’attenzione ai valori, la creazione (oltre alla custodia e alla difesa) di spazi di crescita e di benessere, con una precisa concentrazione su tutto ciò che è ed esprime l’uomo — non è estraneo all’imprenditoria. Non solo non contraddice un corretto bilanciamento di impegno e rendimento, ma anzi lo arricchisce. Contribuisce infatti a superare una certa logica “mercantile” che si limita a trasformare la forza lavoro in accumulo di guadagno, mettendo in gioco variabili inedite che esaltano la centralità della persona, il suo bene più grande, la sua verità più profonda, il suo destino ultimo. La ricchezza di queste dimensioni è indeducibile dalla meccanica lineare che lega prezzo a prestazione. L’impresa che serve fa ben più che “produrre servizi”: promuove ‘uomo, tutto l’uomo, valorizzandolo a partire dal suo impegno per fare del mondo una casa abitabile per se stesso e per le generazioni che verranno in un’ottica di autentica ecologia integrale (cf., Enciclica Laudato si ‘). Non è un caso che, parlando dell’impresa come di una “comunità di uomini” (Centesimus annus, n. 35), san Giovanni Paolo II abbia voluto anzitutto ricentrare antropologicamente la finalità del fare impresa, sicché appaia chiaro che profitto e imprenditorialità non possano mai essere spiegati esaustivamente dal solo punto di vista economico, e per di più, da una sottostante inesatta razionalità antropologica.

 

  1. Economie virtuose per contesti più umani. La gratuità al cuore del fare impresa?

E arriviamo qui a un punto nodale: il servizio, la promozione del valore aggiunto, e con essa l’attenzione a ciò che apparentemente, in prima battuta, può sembrare improduttivo, possono entrare di diritto nella definizione stessa del fare impresa? O devono essere considerati un suo semplice, per quanto lodevole e benemerito, corollario? La risposta non può prescindere da quella peculiare concezione dell’imprenditorialità che, lungi da ogni riduzionismo, rifiuta di ignorarne le dimensioni immateriali, relazionali e sociali.

Si tratta di coordinate che oggi appaiono di intuitiva immediatezza, soprattutto alla luce di quella dematerializzazione dei ruoli e dei processi che, nell’era dell’automazione e della virtualità, traduce in chiave sempre più “social” dinamiche fino a qualche decennio molto più localizzate e circoscritte. Se questo è pacifico, non lo è però l’altro lato della medaglia: quello cioè che lascia trasparire l’inedito valore costitutivo della gratuità al cuore — e non a margine — del fare impresa. A tutti è ormai chiaro che ogni impresa si nutre di capitale sociale e ne produce a sua volta incessantemente, ben oltre il capitale economico cui più direttamente ambisce. Risulta verificato quanto papa Benedetto XVI scriveva nell’Enciclica Caritas in veritate, affermando che: «La `città dell’uomo’ non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione» (n. 6). Non altrettanto chiaro è invece il fatto che le virtù civiche, la tenuta dei vincoli della famiglia e il ruolo intrinsecamente educativo che essa riveste, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni e i vincoli religiosi producono effetti economici notevoli anche dentro l’impresa, e non solo al di fuori di essa.

 

Si ripropone qui la possibilità di un circolo virtuoso: più l’economia è virtuosa, più il contesto si fa umano; e più il contesto è promozionale rispetto alla persona, più l’economia trova slancio. L’attenzione all’umano, alle sue coordinate più autentiche, al giusto equilibrio tra diritti e doveri, in una parola: la centralità di un’etica matura nel fare impresa, ecco il segreto di un’economia che, oltre ad essere a misura d’uomo, si ritrova più solida e, sul lungo termine, vincente. Recenti ricerche, non ultime quelle dell’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), mettono in evidenza come nel lungo periodo il valore economico di un’impresa eticamente responsabile si riveli superiore a quello di altre imprese. Essere eticamente responsabili conviene – potremmo dire – perché si crea più valore economico e sociale a vantaggio di tutti, a patto che strumenti come i codici etici, le certificazioni etiche e ambientali non finiscano solo per essere specchietti per le allodole. L’etica, quella vera, quella che trae alimento da esigenze intrinseche all’economia e che si traduce in scelte operose e coraggiose, diviene il miglior asset per il bene dell’impresa, e la trasforma gradualmente in un’impresa del bene.

 

Un quadro realistico di quello che può accadere quando si prende sul serio quanto ho cercato di dirvi andrà in scena (nel senso bello e forte della parola) durante la prossima Settimana sociale dei cattolici italiani (Cagliari, 26-29 Ottobre 2017). Se non potete partecipare, informatevi. Può far bene alle vostra imprese e può darvi il quadro non teorico nel quale ho cercato di muovermi per preparare queste mie considerazioni.

 

ai Nunzio Galantino Segretario generale della CEI Vescovo emerito di Cassano all’Jonio

‘ Cfr N. GALANTINO, “Quando l’etica interpella l’impresa”.

 

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l “Centro Studi e Alta Formazione Maestri del Lavoro d’Italia” in sigla “CeSAF MAESTRI DEL LAVORO” su iniziativa dei Soci fondatori, è legalmente costituito in Ente culturale autonomo, senza scopo di lucro. Esso cura e promuove lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro aderenti e degli Affiliati laici intesi come coloro che, pur non essendo in possesso della Stella al Merito, ne perseguono gli stessi fini quali: curare e promuovere lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro per far meglio espletare il loro compito sociale volto a favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e a diffondere i sani principi a esso connessi, così come richiesto dal decreto del ministero del lavoro firmato dal presidente della repubblica per l’assegnazione della Stella al Merito ai lavoratori che si siano prodigati per istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività professionale.

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