La nostra ragazza del ’68: la cavaliere del lavoro Stefania Brancaccio

 

E’ andato in onda su Rai3  domenica 8 ottobre la prima puntata  di un programma che racconta la storia di  dodici donne che hanno vissuto il ’68 e che a quel tempo avevano più o meno vent’anni. “sono donne non famose – così le descrive  la presentazione del programma – che studiavano o che lavoravano nei campi, che erano ragazze madri, artiste, hippie, borghesi, proletarie, femministe o lesbiche. Donne che hanno partecipato (ciascuna a modo suo) alla rivoluzione collettiva che anche l’Italia stava vivendo quell’anno.”

A raccontarsi domenica 29 ottobre  anche l’iscritta  Stefania Brancaccio, che sta dando da oltre due lustri un grande contributo alla nostro magistero.

Non ne fa un mistero dei suoi 68 anni spesi nel dinamismo, tra l’essere mamma e donna di impresa e nonna,  il che l’ha temprata nello spirito e nel fisico. Nata a Napoli dove vive ancora oggi. Nel ’68 aveva 19 anni ed era studentessa al liceo. Sostenitrice dell’uguaglianza dei diritti, difese i primi Sessantottini, ma abbandonò i movimenti di protesta quando diventarono violenti. Si laureò in filosofia, nel 1973 si sposò e iniziò a lavorare nell’azienda metalmeccanica di famiglia, la Cooelmo  spa, riuscendo ad emergere come professionista e come donna in un settore completamente maschile. Riuscì anche a conciliare carriera e vita privata, impegnandosi nella difesa del lavoro femminile. Oggi è vicepresidente della sua azienda e dal 2009 Cavaliere del lavoro.

Amante dell’ideologia  e dei principi di Adriano  Olivetti  ha trasportato nella sua industria quel mondo utopistico, ma non troppo e lo ha reso attuale.  

Molti maestri del lavoro hanno  vissuto quel periodo ed in modi diversi e spesso contraddittori, lo esaltano e lo condannano, ma tutti concordano che i giovani debbono sapere. Per questo alla vigilia del 50 anniversario  il CESAF ha deciso di organizzare una serie di incontri  nelle scuole partner. 

La realtà e che il sessantotto trae le sue radici, nella lotta alla guerra del Vietnam, dalla  dottrine di filosofi come  Hebert  Marcuse   di cultura tedesca ma naturalizzato statunitense,  che con la teoria anti- autoritaria e del piacere aveva messo in crisi i sistemi produttivi del capitalismo e non solo. 

La sociologia era la scienza di moda e non a caso già nel 1966 nell’Università di Trento studenti e studentesse occuparono le facoltà indottrinati da un toni Negri che aveva trasformato l’Università di Padova in una base per la lotta di classe. 

Era in tempo dove le donne prendevano coscienza e si ribellavano ad una tradizione che le aveva tenute relegate al patriarcato ed alla famiglia.   Il giornale studentesco del Liceo Parini di Milano pubblicò un’inchiesta intitolata “Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”.

Le occupazioni degli atenei e successivamente degli istituti superiori compromettevano gli studi ed anche il futuro del paese. Anche i sindacati contribuirono pesantemente e nelle fabbriche si perse  il senso del lavoro e della gerarchia.

Dal  punto di vita produttivo le cose incominceranno ad avere una restaurazione solo a partire dal 1980,  quando Luigi Arisio  maestro del lavoro, (vedi filmato in fondo pagina) organizzò impiegati e quadri della FIAT che protestarono nei confronti delle pratiche di picchettaggio violento che da settimane bloccavano l’accesso alle fabbriche per protesta contro i licenziamenti collettivi e la messa in cassa integrazione che erano stati annunciati a settembre dall’amministratore delegato della società Romiti. I manifestanti, stimati in 40.000 sebbene i sindacati smentissero quelle cifre, sfilarono silenziosamente per le vie di Torino con striscioni e cartelli che chiedevano di tornare al lavoro. Nelle settimane successive i sindacati operai abbandonarono la linea dura e favorirono la chiusura della vertenza con una soluzione di compromesso. 

 Il movimento delle donne nel 1968 si formò non come conseguenza, ma sullo stesso slancio di questi movimenti e in modo originale: distaccandosi dalle loro ideologie, da quel linguaggio e anche da quelle pratiche.

Nella  presentazione del programma Rai si legge: Il Sessantotto e i movimenti femministi di quegli anni furono comunque per le donne un nuovo inizio: cinque anni prima negli Stati Uniti era stato pubblicato “La mistica della femminilità” di Betty Friedan, che da cronista raccontò «il problema che non aveva nome» delle donne americane degli anni Cinquanta. La conclusione fu genuina ed esplosiva: «Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice: “Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa”». In quegli stessi anni negli Stati Uniti venne approvata la pillola anticoncezionale, si cominciò a discutere di aborto, sesso, maternità, matrimonio, ruoli, e tutto cominciò a cambiare. Alla fine degli anni Sessanta il femminismo si espanse per contatto e per contagio: le notizie e le idee circolarono da un posto all’altro, furono copiate, tradotte, inventate di nuovo.

Alla fine degli anni Sessanta il femminismo mise definitivamente al centro del proprio pensiero e dei propri obiettivi la sfera della riproduzione e della sessualità. Una volta abolita l’esclusione dal diritto di voto e, almeno in parte, lo sfruttamento economico, restava per le donne una grande ingiustizia sociale e familiare. Le risposte delle femministe liberali sulla produzione e il lavoro e di quelle socialiste sui diritti giuridici e civili non erano più sufficienti: era necessario andare alle radici del problema. E alla radice c’era la supremazia maschile nella sfera della sessualità e della riproduzione: una differenza biologica, anatomica, fisiologica, “sessuale”, che era stata trasformata in una differenza di ruoli sociali e familiari, in un destino. Le conseguenze degli slanci femministi e delle contestazioni del Sessantotto furono concretissime, per tutte le donne: portarono al pensiero differente del proprio corpo, al piacere slegato dalla riproduzione, alla liberazione dalla funzione materna come destino. La liberazione non fu indolore, ma fu sovversiva: «Ognuno di noi aveva trovato il modo di partorire un altro se stesso».”

Stafania Brancaccio la troviamo  con noi nelle istituzioni, nelle scuole alla summer school, sempre acclamata per le sue conversazioni e per quello che trasmette agli studenti. Disponibile ad ospitare gli studenti delle scuole partner nella sua azienda e con il suo staff  a trasmettere non certamente il trascorso, ma come preparare il futuro . 

 

 

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l “Centro Studi e Alta Formazione Maestri del Lavoro d’Italia” in sigla “CeSAF MAESTRI DEL LAVORO” su iniziativa dei Soci fondatori, è legalmente costituito in Ente culturale autonomo, senza scopo di lucro. Esso cura e promuove lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro aderenti e degli Affiliati laici intesi come coloro che, pur non essendo in possesso della Stella al Merito, ne perseguono gli stessi fini quali: curare e promuovere lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro per far meglio espletare il loro compito sociale volto a favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e a diffondere i sani principi a esso connessi, così come richiesto dal decreto del ministero del lavoro firmato dal presidente della repubblica per l’assegnazione della Stella al Merito ai lavoratori che si siano prodigati per istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività professionale.

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