Un Papa che porta il nome del poverello d’Assisi

stemma-papa-francesco_2941583Per oltre un’ora dalla fumata bianca tutti gli occhi del mondo sono rimasti fermi, in trepidante attesa, su quella finestra della “Loggia delle Benedizioni” che, davvero, per ogni Cristiano rappresenta il centro della Terra, chiedendosi chi fosse, ma soprattutto come sarebbe stato il nuovo Papa.

Stavolta, in verità, l’aspettativa non riguardava soltanto i Cattolici: credenti e non-credenti tutti sembravano presi da un sentimento comune, misconosciuto in precedenza.

In un mondo che sta conoscendo una delle crisi economico-sociali più gravi a memoria d’uomo, la prima realmente globale, può l’elezione di un Papa cambiare il corso della Storia?

E questa è la cosa incredibile: che anche per chi non crede la sensazione era, sì!

Di tal che, una cerimonia che si ripete da tempo immemorabile, sempre uguale a se stessa, nel rispetto più pedissequo di riti carichi di simbologie ed elementi dottrinali, ha assunto un carattere completamente diverso, di evento “natalizio”, l’inizio di una nuova era.

Si accendono le luci. Si aprono le finestre. Fa la sua comparsa il Signor Cardinale Protodiacono, nella persona di Sua Eminenza Jean Louis TAURAN, il Quale pronuncia la formula attesissima: “…habemus Papam”.

Il Cardinale appare visibilmente teso, dinoccolato, più anziano della Sua reale età. Il tempo che separa le Sue prime parole: “Annuntio vobis gaudium magnum…” dalla notizia che tutti attendono – chi sia il neoeletto Vescovo di Roma – sembra dilatarsi all’infinito.

Quanti pronostici erano stati fatti – more solito – nei giorni precedenti, sicché quando la folla ascolta le prime sillabe del nome del Santo Padre all’improvviso fa silenzio, come impietrita.

Un silenzio che dura, però, un attimo e che esplode in entusiasmo allorquando il Cardinale pronunzia il nome che il Papa si è imposto: “Francesco”.

Sì, proprio il nome del Santo d’Assisi, la cui lezione di umiltà, di semplicità, di povertà, di richiamo alle origini, al vero ed unico Vangelo, alla vita delle prime Comunità Cristiane è stato motivo di turbamento per tante coscienze.

Un nome difficile da accettare per molti, tanto che immediatamente sono cominciate le speculazioni. Sarà un richiamo a San Francesco Saverio, piuttosto che a San Francesco di Sales-, fin quando lo stesso Pontefice, nel corso dell’Udienza ai Rappresentanti dei Media ha inteso precisare che la Sua scelta era ricaduta proprio sul Poverello di Assisi, grazie ad una istantanea ispirazione dello Spirito Santo che Gli si era manifestato attraverso le parole di un altro Cardinale, S. Em. Rev.ma mons. Claudio HUMMES – definito dal Santo Padre “un grande amico!” – che, nell’abbracciarLo e baciarLo immediatamente dopo l’elezione – Gli sussurro all’orecchio: “Non dimenticarti dei poveri!”.

Le pesanti tende in velluto purpureo si richiudono, per spalancarsi dopo pochi minuti: appare il Crocifisso, simbolo dei simboli, che tutto in sé racchiude, che ogni cosa in sé ricapitola, che è, ad un tempo, l’alfa e l’omega, che apre ogni strada, anzi, che è la via.

E dietro la Croce di Cristo, finalmente appare… Francesco.

l43-papa-francesco-bergoglio-130314073923_mediumQuanti titoli altisonanti spettano al Vescovo di Roma: “Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano”, ma uno solo sembra addirsi realmente a Papa Francesco: “Servo dei Servi di Dio”.

Agli occhi del mondo, da quel balcone, non è apparso un Re, un Capo di Stato, ma un uomo semplice il cui primo saluto Urbi et Orbi si è esplicitato in un confidenzialissimo, quanto calorossissimo: “Buonasera!”

Mi vengono alla mente le parole di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.” (Is, 41, 1-2; 4).

Semplicissimo, nella sua veste candida, senza orpelli, niente mozzetta rossa in velluto o raso, niente stola, né croce pettorale in oro, perché la Croce è la fons, nel Crocifisso c’è la Nobiltà intrinseca, che nulla – in particolare questo o quel metallo – può ulteriormente nobilitare. E di nuovo mi sovviene Isaia: “È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto.” (Is, 53, 2).

Anche se, in verità, di bellezza il Santo Padre ne ha da vendere, quella bellezza – di cui i Suoi occhi sono permeati, che promana dalla Sua gioviale risata (perché non sorride, ride proprio. Un Papa che ride di cuore!) – che possiede solo chi ha confidenza intima con l’Altissimo.

In uno dei più belli, delicati, rispettosi dialoghi a distanza tra “grandi”, che si ricordino a memoria, raccogliendo il testimonio dal Suo Predecessore, Papa Francesco riprende da dove Benedetto XVI ha lasciato, dicendo ad una Chiesa espressione di un’Umanità impaurita, sbandata, alla ricerca di riferimenti solidi cui ancorarsi: “E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e Popolo”, con quella serenità di chi è davvero persuaso, anche di fronte alle più nefaste avversità del fatto che: “tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (Mt, 16, 18).

Fin da queste prime parole il Pontefice ha dimostrato di essere un medico esperto che, dopo un’accurata anamnesi e diagnosi, ha ben chiara la ricetta della cura che intende praticare e, nonostante l’evidente, tenerissima emozione, permeata di stupore, a raffica, con una serie di segni – passati immediatamente, per la loro altezza, dalla cronaca alla Storia – ha dettato le linee guida che scandiranno la sua azione.

Ricominciare. Questa il concetto chiave espresso dal Papa sin dalle Sue prime parole, sin dai Suoi primi gesti.

Ricominciare…. dalla preghiera, nella consapevolezza che solo la forza della preghiera può salvare il mondo, non le azioni umane. E, perciò, quanto preziosa è la vita delle claustrali e di tutti quelli che la dedicano alla preghiera, rappresentando quei giusti per i quali Dio fa grazia all’Umanità intera (cfr. Gen 18, 16-33). E così, sorprendentemente, il Pontificato di Papa Francesco si apre con un invito a pregare: “Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza.”.

Ricominciare…. dall’umiltà, percorrendone tutti e cinque i gradi individuati da San Francesco di Sales, perché l’unico modo di servire davvero il Signore è “…cum grande humilitate” (cfr. San Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature). “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?”(Qo 2,3). “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti.”(Mc 10, 43-45). “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.”(Lc 17, 10). E quest’umiltà, deve riguardare non solo i singoli individui, ma ogni umano consesso, di qualunque natura, a cominciare dalla Chiesa Universale e da quella di Roma, la Quale presiede, sì, tutte le altre Chiese particolari, ma “nel segno della carità”, come Papa Francesco ha tenuto a sottolineare.

In questo senso va il primo dei gesti eclatanti compiuti dal Santo Padre: il Sommo Pontefice che china il capo di fronte al Popolo di Dio, il Vicario di Cristo che chiede per favore, che prima di benedire invoca Lui per primo, su di sé, la benedizione del Signore: “vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo.”, nella consapevolezza che ciò che è caro a Dio più di ogni altra cosa è il Suo Gregge, senza il quale non ha senso alcun pastore, sia esso un semplice Diacono, un Sacerdote, un Vescovo, un Cardinale di Santa Romana Chiesa od anche lo stesso Papa. Ed è lo stesso Santo Padre a ricordalo, nel discorso pronunciato all’Udienza ai Rappresentanti dei Media: “Cristo è il Pastore della Chiesa … Cristo è il centro, non il Successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di Lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d’essere.” D’altra parte, Gesù, nel dire a Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» … «Pasci i miei agnelli». …«Simone di Giovanni, mi ami?». … «Simone di Giovanni, mi ami?». … «Pasci le mie pecorelle.”(Gv 21, 15-17), stabilisce un vero è proprio sillogismo: se è vero che mi ami, abbi cura del mio gregge, o – se si vuole – la prova del fatto che tu, il prescelto, mi ami più di tutti gli altri sarà l’amore che dimostrerai per ogni singola pecorella che porrò sul tuo cammino.

Ricominciare…. dal silenzio, quel silenzio sempre più difficile da trovare, da ricreare nel mondo e, tuttavia, così importante, indispensabile, perché Dio parla solo nel silenzio. “Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero.”(I Re 19, 11-13). Un silenzio che può trasformarsi in preghiera, divenendo sacro, come quello che, sotto gli occhi di milioni di spettatori che seguivano la prima benedizione del neoeletto Pontefice, attraverso i più disparati mezzi di comunicazione, si è realizzato innanzi alla Basilica di San Pietro e lungo tutto il viale della Conciliazione ad una semplice richiesta del Papa. Una piazza gremita… in cui non si ode alcun rumore… che prodigio! D’altra parte: “Io … sono il buon pastore, conosco le mie pecore ed esse conoscono me,”(Gv 10, 14), “egli chiama per nome le pecore che sono sue e, quando le porta fuori, cammina davanti a loro e le pecore lo seguono, perché riconoscono la sua voce. Le pecore non seguirebbero certamente un estraneo, anzi scapperebbero da lui, perché non ne riconoscono la voce.”(Gv 10, 3-5).

Ricominciare…. dalla povertà (“…qui sibi nomen imposuit Franciscum”) che non significa solo aiutare i poveri, ma essere poveri, vivendo in “perfetta letizia”, a prescindere dal possesso, nella consapevolezza che “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”(Gb 1, 20). Invece, oggi, cosa è diventata la nostra vita? Una corsa avida all’accumulo di ricchezze da ostentare. Il tutto per stare sempre più male, per sentirci sempre più svuotati. Eppure non abbiamo scuse, perché siamo stati ammoniti: “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore.”(Mt 6, 19-21). “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.” (Mt 6, 25-33). Come sarebbe diversa l’Umanità se, almeno chi si dice Cristiano, soprattutto se è impegnato in Politica, nel Sociale non dimenticasse mai queste parole e le mettesse in pratica, mostrando di aver realmente compreso che nulla può essere senza Dio, senza la Sua Benedizione, lontano dalla Sua Luce: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.”(Sal 126, 1-3)!

Ricominciare…. dalla fraternità, “ Ut unum sint”(Gv, 17, 21), in una Chiesa che deve intraprendere “Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi”. Queste le parole del Santo Padre nella Sua prima Benedizione Urbi et Orbi, che ha ribadito e puntualizzato nell’Udienza a Tutti i Cardinali: “Quella comunità, quell’amicizia, quella vicinanza ci farà bene, a tutti.”.

Ricominciare…. da un modello, Maria, che ci indica la strada, che pur essendo una semplice creatura umana, ha saputo raggiungere le vette più alte della perfezione. In Lei, come in ciascuno di noi, non c’era Natura Divina, ma solo la Specie di Dio: e, allora, se Maria è riuscita – come è riuscita – è proprio vero che ciascuno di noi, chiamato alla Santità, può arrivare al sommo traguardo, solo che sappia aspirare ai “carismi più grandi”(cfr. 1 Cor 13, 1). Altro che Chiesa Cattolica maschilista: con buona pace di noi uomini, il modello prescelto dalla Santissima Trinità è una donna, che assurge al ruolo di Corredentrice dell’Umanità, divenendo la “Ianua Coeli”! Chi si affida a Lei, non si perde, lungo il cammino, arriva dritto dritto nel Cuore di Gesù. Pensiamo al Beato Giovanni Paolo II, Papa: “Totus Tuus” si dichiarava, e dove è arrivato! Di Lui si disse che era il Papa prescelto dalla Madonna. Ebbene, a quanto pare la Regina è intervenuta nuovamente, nella Sua veste di Suprema Avvocata, vedendo le difficoltà della Chiesa-Sposa di Suo Figlio: nell’essenziale stemma di Papa WOJTYLA, ai piedi della Croce c’era una “M”, l’iniziale di Maria, a ricordare, in un simbolismo perfetto, che “Ad Jesum per Maria”; bene, in quello di Papa BERGOGLIO, immediatamente al di sotto del simbolo dei Gesuiti – in cui capeggia il monogramma di Cristo, sormontato dalla Croce, ai cui piedi sono visibili tre chiodi – vi è il riferimento, a Maria, simboleggiata, in Araldica, da una stella d’oro a cinque punte, che ci ricorda uno dei titoli, con cui la Madonna viene invocata: “Stella Matutina”, Colei che, nel sorgere per prima, annuncia la nascita del Sole, Cristo, anzi è Ella stessa che porta il Sole al mondo!

Ed allora a chi, se non alla Madonna, Papa Francesco poteva affidare il passato, il presente ed il futuro, le due cose che ha più care: Colui che è stato il Suo Papa, quando Lui era un Cardinale e, ora che è Lui ad essere divenuto Sommo Pontefice, il Popolo di Dio, iniziando il Suo primo giorno da Vescovo di Roma, di buon mattino, con la preghiera, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, innanzi alla prodigiosa effige della Salus Populi Romani?!

Nel gesto che compie con le Sue mani, ogni volta che chiede alla Madonna di custodire, si comprende l’intimità che questo Papa ha verso la Mamma, tra le cui braccia sa di non dover temere alcunché, perché, come Egli stesso ci ha ricordato nel Suo primo Angelus, Domenica scorsa, “la Madonna … ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.”!

***

Un filo conduttore ininterrotto unisce gli ultimi tre Pontefici.

Tutto ebbe inizio con le parole – consegnate alla Storia – pronunciate dal Beato Giovanni Paolo II nell’Omelia della Santa Messa per l’inizio del Suo Pontificato: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà; aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.”.

Si proseguì con quelle pronunciate da Papa Benedetto XVI nel dare la Sua prima Benedizione Urbi et Orbi. Nell’espressione di RATZINGER si leggeva tutto l’umile timore che provava nel raccogliere il timone della “barca di Pietro” da un Predecessore così grande da indurre il Popolo di Dio a chiedere a gran voce che fosse immediatamente proclamato Santo e che gli venisse attribuito il titolo di “Magno”. Un timore espresso senza infingimenti nell’Omelia della Santa Messa per l’inizio del Suo Ministero Petrino, allorquando ebbe a dire: “Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! … Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo?”. Ma nonostante ciò l’incitazione ferma del Santo Padre Emerito fu: “Andiamo avanti … Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente”, nella consapevolezza che “Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre starà dalla nostra parte”.

Fino ad arrivare ai giorni nostri, all’esortazione di BERGOGLIO: “Non cediamo mai al pessimismo, a quell’amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno; non cediamo al pessimismo ed allo scoraggiamento … Cari Fratelli, forza!”, pronunciata nel corso dell’Udienza ai Cardinali.

Tutto ha compimento, in queste parole. E’ un cerchio che si chiude, un preciso disegno, in tre tappe: dall’iniziale “Non abbiate Paura, Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! ”, all’“Andiamo avanti. … Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente”; per approdare al “Non cediamo mai al pessimismo … allo scoraggiamento … Cari Fratelli, forza!” di Papa Francesco.

Se in questo non c’è l’Opera dello Spirito Santo….! E Lui il compositore, Lui l’accordatore di tutto, perché, come ci ha ricordato il Santo Padre, sempre nell’Udienza ai Cardinali: “Ipse harmonia est”, ed in greco il verbo più affine alla parola άρμονία é άρμόζω, comporre, accordare.

Il Papa definisce (ibidem) il Paraclito come “…il supremo protagonista di ogni iniziativa e manifestazione di fede.”, come Colui che “…fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia un apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella “ugualità”, ma nell’armonia. Il Paraclito che dà a ciascuno di noi carismi diversi, ci unisce in questa comunità di Chiesa, che adora il Padre, il Figlio e Lui, lo Spirito Santo.”.

E la Chiesa?! La Chiesa per Papa Francesco deve essere innanzitutto “…povera e per i poveri” – come ha detto nell’Udienza ai Rappresentanti dei Media – e deve riprendere il Suo cammino, senza interruzioni. Questo il messaggio del nuovo Pontefice, perché, come ha detto nell’Omelia della Santa Messa con i Cardinali: “La nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo la cosa non va.”.

Ma in che modo la Chiesa deve camminare?! Ce lo dice ancora il Pontefice (ibidem): “Camminare sempre in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo nella Sua promessa”.

“Una chiesa in movimento.”, che deve: “edificare, confessare”(ibidem).

Edificare, “…su quella pietra angolare che è lo stesso Signore.” (ibidem), una Chiesa fatta di pietre, che “…hanno consistenza”, perché “Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia: tutto viene giù…”(ibidem). Ma non basta, queste pietre devono essere “…vive, pietre unte dallo Spirito Santo.” (ibidem).

“Confessare”, nel senso di testimoniare al mondo Cristo nella Sua interezza, Crocifisso, perché “Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani”(ibidem).

Lo stesso Papa riconosce (ibidem) che “…la cosa non è così facile, ….”, perché, “…a volte ci sono scosse, movimenti che ci tirano indietro.”.

Certo, l’incontro con la Croce può far paura. “Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo” – afferma il Papa (ibidem) – “gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce.”.

Ed invece l’atteggiamento giusto per un Cristiano – cioè per l’Innamorato di Gesù – di fronte alla Croce di Cristo che gli si fa incontro sotto forma della contrarietà, della sofferenza, della malattia, della morte di una persona cara, non è quello di tentare – invano – di aggirarla, bensì di abbracciarla, di scalarla, nella consapevolezza che ai piedi della Croce c’è il fallimento, la morte, ma in cima alla Croce c’è la vita eterna, la gioia senza fine, come ben viene rappresentato nell’iconografia classica che, ai piedi della Croce pone un teschio, mentre, in cima di quello che è l’unico e solo “albero della vita”, virgulti rigogliosamente frondosi.

Ed in questa nostra “scalata” alla Croce, Gesù non ci lascia mai da soli: ci conforta, sin dai primi passi, con il sangue e l’acqua che scaturiscono dalle Sue Sante Piaghe, altrettante Sorgenti di Misericordia per noi, fino a quando, continuando a salire, senza accorgercene, ci ritroviamo tra le Sue Braccia, spalancate, pronte ad accogliere l’intera Umanità nel più forte, maschio, eppur dolcissimo, materno abbraccio che un essere umano possa sperimentare.

E’ la Croce che ci rende donne ed uomini migliori. Non ho mai conosciuto, in vita mia, una persona bella, che non fosse passata attraverso il crogiolo della sofferenza, capace di trasformare ogni cosa, con un processo “alchemico”, in oro, il più fino, anche ciò che era più lontano dalla perfezione.

“E così la Chiesa andrà avanti.” – ci dice il Santo Padre (ibidem) solo se “… abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso.”. Diversamente si ridurrebbe ad essere meramente una delle tante “…ONG assistenziale, ma non la Chiesa-Sposa del Signore.”.

Invece, per Papa Francesco “…la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza «in persona»”, questo è il concetto che ne ha e che ha comunicato alla Stampa, nel corso dell’Udienza ai Rappresentanti dei Media, per i Quali ha avuto parole bellissime: “Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini … Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza.”.

Come il Santo Padre ha proclamato nell’Udienza ai Cardinali, il suo impegno sarà innanzitutto quello di aiutare la Chiesa “…a diventare sempre più in Cristo e con Cristo, la vite feconda del Signore.”(cfr. Gv 15, 1-8), mentre “Stimolati anche dalla celebrazione dell’Anno della fede, tutti insieme, Pastori e fedeli, ci sforzeremo di rispondere fedelmente alla missione di sempre: portare Gesù Cristo all’uomo e condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo Via, Verità e Vita, realmente presente nella Chiesa e contemporaneo in ogni uomo.”.

E’ questo incontro, invero, che “…porta a diventare uomini nuovi nel mistero della Grazia, suscitando nell’animo quella gioia cristiana che costituisce il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza.”, quel Cristo che è da sempre – e resta – “… l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.”.

In questo cammino, il Papa affida i giovani ai più anziani, “…sede della sapienza della vita.”, nella consapevolezza che “…proprio quella sapienza ha fatto loro riconoscere Gesù.”, esortandoli a donare “….questa sapienza ai giovani: come il buon vino, che con gli anni diventa più buono, doniamo ai giovani la sapienza della vita.”.

Mentre sarà lo Spirito Santo a dare “…alla Chiesa, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare e anche di cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra”(cfr At 1,8).

Ma un Papa proveniente da una terra in cui il termine “evangelizzare” non ha proprio un’accezione positiva, ha immediatamente chiarito cosa Egli intenda, come occorra muoversi, e stavolta non con le parole, bensì, nuovamente, con un gesto eclatante: al termine dell’Udienza ai Rappresentati dei Media, tutti si aspettavano che il Pontefice, impartisse la Solenne Benedizione Apostolica. Sennonché la Sua mano destra non si alzava, benedicente, e negli sguardi di coloro che Assistevano il Santo Padre, si leggeva imbarazzo. Una dimenticanza?!

Di questo avviso doveva essere anche il Prefetto della Casa Pontificia ciò che lo induceva ad invitare, delicatamente, con un cenno della propria mano, il Papa a benedire.

Ma il Santo Padre non levò il Suo braccio, e non per uno scherzo di quelli che l’emozione può fare anche al Sommo Pontefice. No, il Suo era un preciso disegno e, poco dopo, almeno chi conosce quella Lingua, ebbe la gioia di assaporare per primo, attraverso le parole dello stesso Papa Francesco il perché della mancata benedizione “esteriore”: “Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica.”.

Di fronte ad un gesto di tale levatura, ogni commento sarebbe inopportuno!

Tanti sono i problemi che attanagliano il mondo moderno. Due, in particolare: le guerre, soprattutto quelle dimenticate, che continuano a seminare sangue e morte in tutto il mondo; ed il problema ambientale che, mai come nella nostra Provincia di Caserta, ha superato di gran lunga i limiti di guardia. Se le previsioni degli esperti in materia non dovessero essere smentite da una drastica inversione di rotta, ci troveremmo a dover affrontare, già nella seconda metà di questo secolo, un esodo biblico, costretti ad abbandonare le nostre Città non per imprevedibili epidemie, ma per i danni che noi stessi abbiamo procurato; chi con responsabilità dirette e chi per quel silenzio doloso, omissivo che, a volte, è ancora più grave, soprattutto quando appartiene a quanti hanno occhi per vedere, cultura per comprendere, mezzi per reagire.

Ed anche per questo il Santo Padre ha scelto il nome “Francesco”, perché, come ha avuto modo di illustrare sempre nel corso dell’Udienza ai Rappresentanti dei Media, “…ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva … E Francesco è l’uomo della pace. … E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no?”

***

Può un uomo solo cambiare il corso della Storia e farlo in pochi istanti?! Fino a Mercoledì scorso avrei detto di no.

Ebbene, mi sono dovuto ricredere!

In Papa Francesco ho visto cosa può fare lo Spirito Santo, quale forza possiamo acquisire se solo ci lasciamo permeare dall’azione salvifica di Cristo.

Lo abbiamo già imparato: ogni singola parola che il Santo Padre pronunzia è catechesi pura, profondissima, permeata, fondata nella tradizione della Chiesa, eppure così innovativa!

E più Papa Francesco usa toni leggeri – scanditi da una risata che può possedere solo chi ha saputo tenere in vita il bambino che è in noi, cioè la nostra parte migliore, certamente quella che assomiglia più a Dio – e più occorre alzare il livello di attenzione: è allora che sta per esprimere uno di quei concetti che lasciano senza parole, anche per la capacità unica che sta dimostrando BERGOGLIO di saper rendere in maniera disarmantemente semplice ciò che appare più complesso.

Penso alle parole del Santo Padre sulla Divina Misericordia, espresse nell’Suo primo Angelus: “Eh!, fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito … Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza … Dio mai si stanca di perdonarci, mai! … il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono.”.

A ciascuno di noi Papa Francesco ha rivolto questa esortazione: “…impariamo ad essere misericordiosi con tutti.” L’aveva già detto, per primi, ai Padri Confessori della Basilica di Santa Maria Maggiore, nella Sua visita di Giovedì scorso: tanti giovani si allontanano da Santa Madre Chiesa per paura del più bello dei Sacramenti, la Riconciliazione – un bagno di Grazia che tutto monda, tutto purifica – nell’erronea convinzione, soprattutto con riferimento al VI Comandamento, di doversi ritrovare nel confessionale un giudice tremendo, incapace di comprendere. Ed ecco che allora il Santo Padre, forte della Sua esperienza di anni ed anni di Ministero, ha esortato i Confessori a far sperimentare, prima di ogni altra cosa, l’Amore di Dio, perché “ὁ θεòς ἀγάπη ἐστίν”, “Deus Caritas Est”, “…e chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.”(1 Gv 4, 16. Cfr. S.S. Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus Caritas Est).

Ed allora, dedichiamoci di più ai nostri ragazzi, alla loro formazione spirituale, cioè delle loro coscienze – luogo di incontro tra l’uomo e Dio – del loro “io” più vero e profondo. Facciamo comprendere loro che nel Magistero della Chiesa non v’è alcuna traccia di proibizionismo, che le rinunce del cristiano non sono “rinunce a” – che costano, a volte tanto! – bensì “rinunce per”, per assaporare cose immensamente più grandi, capaci di dare la vera gioia, soprattutto prive di “effetti collaterali”.

Se nessuno insegna ai giovani la bellezza del non scindere il valore unitivo da quello procreativo dell’amore che, rendendo fecondo un rapporto, è la vera prova della sua solidità, cosa possiamo mai pretendere da loro?!

Se nessuno spiega loro che i Comandamenti hanno struttura piramidale e che, quindi, prima di soffermarsi ossessivamente sui VI, farebbero bene ad esaminare le loro coscienze rispetto ai primi cinque, come possiamo sperare che siano in grado di sviluppare quel pensiero forte che è la conditio sine qua non perché la nostra Società possa davvero cambiare?!

Tornando alle parole del Santo Padre, è proprio il caso di dire che, se quel “Buonasera” è stato il preludio del nuovo mattino della Chiesa, ci attende un Magistero senza precedenti.

Beati noi che possiamo vivere questo momento meraviglioso!

Mi risuonano nella mente le parole che mi ripeteva sempre il mio amatissimo papà, quando mi vedeva un po’ scoraggiato: “l’ora più buia è quella che precede l’alba.” Voglia Iddio, allora, che anche per la nostra povera Italia, rappresentata da una delle ultime sacche di resistenza di tempi che vogliamo, dobbiamo lasciarci alle spalle, in cui ogni cosa più alta e sacra – finanche Dio – è schiacciata al servizio dell’io più becero e meschino, sorgano nuovi cieli (Is 65, 17), una nuova stagione politica, in cui uomini diversi, accomunati dagli stessi valori – soprattutto dall’amore più sincero per il nostro Paese e dal desiderio di servire – dopo anni di inutili peregrinazioni in contenitori che rappresentano vere e proprie antitesi in termini, ritrovino quell’unità che è alla base di ogni processo di (ri)costruzione.

 

Luigi Cobianchi
CeSAF Maestri del lavoro d’Italia

 

maestridellavoro
l “Centro Studi e Alta Formazione Maestri del Lavoro d’Italia” in sigla “CeSAF MAESTRI DEL LAVORO” su iniziativa dei Soci fondatori, è legalmente costituito in Ente culturale autonomo, senza scopo di lucro. Esso cura e promuove lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro aderenti e degli Affiliati laici intesi come coloro che, pur non essendo in possesso della Stella al Merito, ne perseguono gli stessi fini quali: curare e promuovere lo studio e la formazione dei Maestri del Lavoro per far meglio espletare il loro compito sociale volto a favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e a diffondere i sani principi a esso connessi, così come richiesto dal decreto del ministero del lavoro firmato dal presidente della repubblica per l’assegnazione della Stella al Merito ai lavoratori che si siano prodigati per istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività professionale.

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